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Gravedigger
vinilmania... vinyl vs compact disc
by Grave Digger - Monday, 2 November 2009, 05:36 PM
 

Quello che segue è un articolo scritto dal sottoscritto nel periodo fine ’93 primi mesi del ’94 (probabilmente nel mese di febbraio ’94, in quanto sono citati dati di un articolo del 4/02/94 di un importante quotidiano italiano).

Lo ripropongo in versione integrale senza alcuna modifica, con tutte le semplificazioni, le sciocchezze, le ingenuità e le imprecisioni di uno studente di economia appassionato di musica e impresa…

Doveva essere inserito all’interno di una fanzine denominata “UAARRGGHHH!” e mai pubblicata.

L’ho ritrovato sotto un cumulo di altri articoli musicali scritti per fanzine con cui collaboravo all’epoca, scritto a mano (??!!!): penso sia interessante soprattutto per gli spunti, in alcuni casi veramente profetici, sul mercato del disco nei successivi 15 anni e sui suoi trend di sviluppo.

Questa estate un articolo di Theodore Levitt dei primi anni ’50, dal titolo Marketing Myopia, ristampato dal Sole24Ore, mi ci ha fatto ripensare. Ma soprattutto mi ci hanno fatto ripensare le grosse major che stanno riproponendo i cataloghi di vecchi artisti in vinile… e il declino che sembra interessare il mercato del compact disc.

Da allora molte cose sono cambiate: in primis la mia collezione di dischi in vinile, che all’epoca andava intorno alle 400 unità, si è moltiplicata per 10 raggiungendo proporzioni notevoli; poi il fatto che ho smesso praticamente di comprare vinile a vantaggio del cd (dimostrando una straordinaria incoerenza…). Infine con la mia etichetta, la Gravedigger’s Records, ho stampato dischi in cd… comportandomi allo stesso modo di chi attaccavo nell’articolo… ma si sa, solo gli stolti non cambiano mai idea… (ahahahaha bella giustificazione)!!!

Insomma i tempi cambiano… anche se il mio amore per la musica è rimasto immutato (continuo a comprare una media di 30/40 dischi, sia cd che 45 gg, al mese…) così come secondo me molte delle argomentazioni utilizzate mantengono la loro attualità anche oggi.

invasion ...

Vinilmania

“Fermare il complotto!!!”: così un simpaticissimo collezionista di vinile di nome Apostolos, ha voluto intitolare un suo messaggio da inviare alle case discografiche, ai giornali, alle fanzine, in sostegno dell’amato supporto nella guerra contro l’odiato COMPACT DISC.

Il dibattito è oltremodo stimolante e secondo me non sono stati messi in evidenza alcuni aspetti di natura socio-culturale da un lato e prettamente economica dall’altro.

Per quanto riguarda gli aspetti di natura socio-culturale (ma anche politica) c’è da dire che nella lunga storia del LONG PLAYING, quest’ultimo ha assunto delle connotazioni diverse a seconda del periodo di riferimento. Infatti il disco in vinile all’epoca della sua prima apparizione non rappresentava altro se non un prodotto che una impresa immetteva sul mercato al fine di conseguire un utile. Dall’altro lato i clienti soddisfacevano i loro bisogni acquistando i dischi: ma per essi (e questo è un punto focale) era irrilevante il possesso definitivo del vinile. Per loro era importante “ascoltare” e non “ascoltare e possedere”.

Nel corso degli anni il prodotto disco acquista un valore diverso. Cambia la cultura della gente, acquista un valore enorme un fattore, un tempo, secondario: la copertina. A testimonianza di ciò basti pensare alle stupende copertine dei gruppi psichedelici (ma non solo) dei tardi anni ’60.

psycho

Il disco da semplice prodotto diventa sistema, cioè insieme di elementi interdipendenti volti al conseguimento di determinate finalità. In taluni casi la copertina acquista un importanza superiore al contenuto del disco (quanti di voi non hanno mai comprato un disco mediocre ma con una copertina incredibile?). E’ difficile, se non impossibile, definire con certezza gli anni o l’anno di questi cambiamenti.

Accanto a questo fenomeno se ne sviluppa un altro non meno importante: la nascita del collezionismo. E’ questa una delle cause fondamentali del passaggio del vinile da semplice prodotto d’ascolto in sistema, che accanto a questa finalità ne associa un'altra non meno importante: il collezionista non è interessato solo all’ascolto ma anche al possesso. Il disco diventa un oggetto da culto, da conservare gelosamente e da mostrare agli amici con un pizzico di superbia. Tutto questo ha portato ad incrementi enormi, in tutti gli anni ’60 e ’70, delle vendite dei dischi (tralascio, per non complicare il discorso, gli aspetti connessi alle variazioni del reddito in seguito al boom economico dei ’60 e alla crisi petrolifera dei primi ’70).

Nei primi anni ’80 si registra un inversione di tendenza nelle vendite di dischi. Questo porta le multinazionali di prodotti audiovisivi e le major ad un ingente stanziamento di fondi in “ricerca e sviluppo”, per la creazione di nuovi supporti audio che potessero sostituire il vecchio (secondo loro) vinile. Tutto ciò culminerà nella creazione e nell’immissione del c.d. nel mercato.

Ma è davvero colpa del disco se il mercato non tira più? Secondo me no! Infatti, alla fine dei ’70 si era avuto un nuovo cambiamento nei costumi e nelle usanze dei giovani. Era nata la musica da discoteca e il mito della “febbre del sabato sera”. Direte voi: “ma che c’entra questo”? Secondo me questo è un aspetto importante perché il disco ha perso in quegli anni la qualifica di sistema ed è tornato ad essere un prodotto. Per i clienti a quei tempi era importante l’ascolto e non l’ascolto e il possesso. Quante volte vi sarà capitato di sentire dire: “quella canzone è vecchia”! dal discotecomane di turno, poiché era uscita 3 mesi prima. Per noi invece è importante la canzone e la copertina, non il tempo di incisione e/o di immissione nel mercato. Per i discotecomani era ed è importante ascoltare e non ascoltare ed avere.

E’ questa (oltre a cause di carattere economico generale) una delle ragioni fondamentali della caduta delle vendite dei dischi. Con le registrazioni il discotecomane riusciva ad ottenere ciò che voleva (o meglio soddisfare i propri bisogni); il collezionista no.

Il C.D. però non ha soddisfatto appieno le aspettative degli imprenditori. Infatti dopo un periodo di ripresa delle vendite, queste ultime negli ultimi tempi, hanno preso a ristagnare prima e a declinare poi. Questo andamento delle vendite deriva dal combinato effetto di alcuni elementi tra i quali citiamo:

  • per l’aumento delle vendite:

- la ripresa del collezionismo musicale (l’apertura del mercato giapponese è stata una autentica fortuna);

- il fenomeno delle extra tracks nei c.d.;

- il miglioramento “indiscutibile” della qualità del suono digitale (esiste una folta schiera di collezionisti che adorano la perfezione e la pulizia del suono del c.d.);

  • per il ristagno e la caduta delle vendite:

- fattori culturali: una larga fetta di pubblico è interessata all’ascolto e non anche al possesso della musica;

- fattori economici (es. caduta generalizzata del reddito pro-capite).

Tutto questo ha spinto le imprese ad una revisione delle politiche di marketing visto che il mercato non tira più, o tira meno di quanto potrebbe. Unitamente a questi fattori ne esistono altri due che (potenzialmente) sono in grado di minare la sopravvivenza (?!?!) dei C.D..

1. Il proliferare di negozi che affittano c.d.: se per una persona è importante ascoltare un disco e non anche averlo, per lui è meglio registrarlo da un amico oppure affittarlo e registrarlo. I veri acquirenti dei c.d. rimangono i collezionisti, oppure gli acquirenti occasionali. Ma una multinazionale non può basare le proprie strategie (e il suo successo) sui primi (perché esigui come numero) né sui secondi (perchè non duraturi). Avete notato che le major stanno stampando anche copie in vinile (seppure in tiratura limitata) dei gruppi underground oppure stanno rilasciando la licenza alle etichette indipendenti?

2. la potenziale diffusione del registratore di c.d.. Chi è tanto fesso da acquistare un c.d., se può spendendo 1/4 o 1/5 del suo prezzo di vendita, avere a casa lo stesso prodotto?

Questi due ultimi aspetti sono fondamentali. Le major non li stanno trascurando; anzi!!! Avete letto sui giornali delle guerre tra le grosse etichette e i negozi che affittano c.d.? questi ultimi infatti, in mancanza di una regolamentazione legislativa a tale proposito, hanno colmato un vuoto del mercato che si era creato con la diffusione della cultura dell’ascolto. Vuoto che il disco, in nessun modo, avrebbe potuto colmare vista la sua deteriorabilità. L’indistruttibile (c’è chi dice il contrario!) dischetto invece ha colto questa opportunità. Ed ha messo nei guai parecchie imprese “globali”

Accanto a queste considerazioni c’è da farne un'altra: ma davvero le vendite di c.d. ristagnano o sono in calo? In effetti le statistiche e i dati ufficiali offrono cifre di vendita iperboliche. Un dato secondo me deve fare riflettere: come mail il costo del c.d. è 10/15 mila lire più alto del disco in vinile quando il costo di produzione è più o meno uguale?

Questo secondo me è un dato che può rilevare il ristagno del mercato. Se infatti le imprese non possono guadagnare sulle quantità vendute cercano di aumentare il divario tra costi e ricavi. Meditate gente, meditate!

Tutte queste cose che ho detto sono chiaramente riflessioni e spunti personali. Accanto a ciò esistono però degli aspetti oggettivi sui quali vale la pena riflettere. E qui entriamo negli aspetti economici. T. Levitt, geniale guru di marketing, scrive nel suo libro “Marketing imagination”: “il fine ultimo di un’azienda è acquisire e conservare la clientela. Senza una % accettabile di clienti solvibili non vi è azienda. I clienti si vedono offrire costantemente un’ampia varietà di possibili modi di risolvere i loro problemi. In effetti, essi non acquistano <cose> ma soluzioni. L’azienda che funziona davvero è quella perennemente alla ricerca dei modi migliori per aiutare la gente a risolvere i propri problemi: migliori dal punto di vista della funzionalità, del valore ad essi attribuito e della disponibilità. Ma per potere offrire soluzioni migliori occorre avere un idea precisa di quelle che il cliente ritiene tali. A questo aspetto va riconosciuta priorità assoluta su tutti gli altri”.

Da questa frase possiamo ricavare alcune considerazioni:

  1. il cliente è al centro delle attenzioni dell’impresa. Viene affermato insomma il vecchio principio della “SOVRANITA’ DEL CONSUMATORE”;
  2. il cliente non acquista cose ma soluzioni;
  3. l’impresa deve ricercare e vagliare attentamente i problemi dei consumatori per cercare le soluzioni;
  4. questo processo è dinamico (deve cioè svolgersi continuamente);
  5. l’impresa non esiste senza i clienti.

Queste considerazioni possono portare sostegno e linfa vitale alle nostre argomentazioni. Mi spiego meglio: se un impresa, qualunque siano i suoi obiettivi (profitto, massimizzazione profitto, espansione quote di mercato, sopravvivenza, ect) si comporta secondo gli schemi descritti sopra, perché non dovrebbe accontentarci e risolvere i nostri problemi? Se i nostri problemi possono essere risolti solo con il vinile e non con il c.d. perché ci devono dare quest’ultimo? Se noi siamo interessati al sistema vinile + copertina perché non ce lo devono dare?

La migliore argomentazione a sostegno della nostra causa è: noi non vogliamo solo la musica, noi vogliamo la musica in vinile.

Se le case discografiche si rendono conto che noi non vogliamo il c.d. ma il vinile, di questo non possono non tenerne conto. Se fino ad oggi c’è stata l’avanzata del c.d. è perché molti generi musicali sono più apprezzati in c.d. (come la musica classica e l’elettronica).

Vi siete mai chiesti come mai il c.d. fatichi ad attecchire nel mercato punk-garage? Ebbene noi garagemaniaci siamo anche vinilmaniaci. Per noi è importante possedere il disco. Il nostro mercato è una nicchia dorata dove nessun c.d. ha ancora preso il sopravvento. Quello che mi meraviglia è la strategie di alcune etichette indipendenti che stampano i loro prodotti solo sul c.d..

Perché lo fanno!! Noi non li vogliamo. Le case discografiche devono sapere che possono spremerci fino all’osso. Ma con il vinile non con il c.d.. Semmai possono indirizzare la loro attività, come suggerisce Levitt, nel miglioramento qualitativo dei prodotti (migliore qualità dei vinili, migliore resa musicale, copertina più rigida, controllo difetti, ect) oppure nell’assistenza e nella distribuzione.

Quello che noi dobbiamo e possiamo fargli capire è che è anche nel loro interesse stampare dischi. Perché noi li acquistiamo (e così loro ci guadagnano) e perché il disco è immune da quei fattori sopra citati, che possano minare la sopravvivenza di alcune case discografiche.

Per adesso l’iniziativa dell’amico Apostolos è veramente geniale (anche se forse tardiva). Un'altra cosa possiamo fare: non compriamo compact disc. Lasciamoli marcire negli scaffali. Solo così potremo fargli capire che rivogliamo i nostri scricchiolanti, ingombranti, stupendi l.p. in vinile.

Gravedigger
My back pages!!!!!!!!
by Grave Digger - Wednesday, 1 October 2008, 07:02 PM
 

Dopo anni questo articolo che doveva uscire due volte su differenti riviste, vede la luce. Approfittando dello spazio nel mio sito web, finalmente lo pubblico.

Spero che chi lo legge lo apprezzi....

Legendary orgasm scene

Questo articolo, scritto nell’ottobre del 1995, doveva uscire per un importante giornale. Il tipo che me lo commissionò disse che era una cagata. Quale posto migliore per pubblicarlo, se non la platea di Loser’s bar che si nutre abitualmente di merda? Da allora sono cambiate parecchie cose, i tre gruppi hanno pubblicato altri dischi, si sono sciolti, riformati, hanno cambiato membri e fidanzate, e cazzi vari. Quello che è rimasto, è la sacra testimonianza su vinile della loro musica e nella mia mente il ricordo di splendide giornate londinesi. Non ho voluto cambiare una virgola dell’articolo, in onore del tipo che ha detto che era una cagata. Che al tempo era anche un amico.

segue

  1. The Clique - Big boss british beat
  2. The Knave
  3. The Aardvarks

Ps: sia su youtube che su myspace video potrete trovare numerose testimonianze video dei gruppi sopra menzionati.... spero che gli articoli stuzzichino la vostra curiosità


Gravedigger
My back pages!!!!!!!! (1 - The Clique - Big boss british beat)
by Grave Digger - Wednesday, 1 October 2008, 06:55 PM
 

“Probably the best mod band in the world”: così Dizzy, boss della Detour records, mi scriveva in una lettera parlandomi dei Clique. Ed è davvero una grande band: vediamo di ripercorrere le tappe della loro storia.

Il gruppo nasce a Londra nella seconda metà degli anni ‘80 dalle ceneri dei The Jukes, prendendo il nome da una grandissima e sconosciuta band r’n’b inglese dei sixties: The Clique appunto (non perdete il loro recente lp “Complete recordings ‘64-’66” su Dig the fuzz records con rari acetati dell’epoca) . Il gruppo è formato da quattro ventenni fanatici collezionisti di dischi di musica mod e r’n’b che aveva imperversato una ventina di anni prima e che aveva contribuito a creare il mito della Swingin’ London.

Dopo numerose ed eccitanti esibizioni live, il gruppo, all’epoca formato da Paul Newman alla voce, da John Paul Harper alla chitarra, da Philip Otto al basso e da Gilles B. Mery alla batteria, viene contattato dalla Acid Jazz per la registrazione di alcune canzoni in vista della pubblicazione di un album. A questo proposito il gruppo contatta James Taylor (già tastierista dei Prisoners e all’epoca alla guida del James Taylor Quartet, da non confondere con lo sdolcinato cantautore hippy) per suonare l’organo hammond e caratterizzare così ancora di più il suono del gruppo. Risultato di quelle sessions (effettuate a Londra negli studi di South Kensington nel gennaio 1989) sono la canzone “Worming” pubblicata nello stesso anno dalla Acid Jazz nella compilation “Totally wired III” e le canzoni dell’e.p. “Early days” pubblicato nel 1993 dall’allora nascente Detour Records. Dell’album per la Acid Jazz non se ne fece più nulla. Così commenta J.P. Harper la vicenda: “(...) per ragioni meglio conosciute alla label, le canzoni registrate allora rimasero chiuse in un cassetto fino alla pubblicazione di Early days. Voi adesso potete giudicarne la qualità e dire se la scelta dell’etichetta fu più o meno giusta”. Il disco in questione è un’autentica perla e fin dalla stupenda copertina (in perfetto stile “Stones ‘64”) rivela le attitudini sonore del gruppo. Si parte con “Ground ginger” uno strumentale (frutto della magica penna dei componenti del gruppo) con dialoghi chitarra, armonica e organo da far venire i brividi. Vengono in mente illustri nomi del passato tra i quali Booker T. & the MG’s, i primi Small Faces e naturalmente lo Spencer Davis Group. Segue “Crying days” che è probabilmente la più grande interpretazione del gruppo di un brano altrui: c’è un feeling particolare in questo brano con l’organo di J. Taylor che sembra di un’altro pianeta. Sul lato b “Leaving here” classico a firma Holland, Dozier, Holland portato al successo nei sixties dai Birds di Ron Wood è interpretato con rabbia e competenza. Chiude il succoso dischetto “Te-ni-nee-ni-nu” un grande pezzo soul-r’n’b senza tempo. Impossibile stare fermi senza ballare. Comprate questo singolo e fatene la colonna sonora dei vostri più selvaggi toga party!!! Si vede che i componenti del gruppo suonano con abilità e competenza, ma la loro forza maggiore è costituito dalla semplicità con cui ottengono queste sonorità e dal feeling con cui interpretano i brani propri ed altrui.

Nel 1991 la Guild Records pubblica il primo vero singolo del gruppo intitolato “Introducin’ .... The Clique” con una veste grafica che ancora una volta inquadra le matrici sonore del gruppo. Infatti i quattro componenti della band sono ripresi in primo piano: dietro di loro campeggia un’immagine del famoso Big Ben! In poche parole ci viene riproposta la copertina del 45 di “My generation” degli Who.

Introducing

Il gruppo ha cambiato line-up rispetto agli “Early days” e alla voce è subentrato Chris Jordan al posto di P. Newman andato a suonare l’armonica nei famosi Mistreaters (un grande e.p. all’attivo sempre di r’n’b su Mistery scene intitolato “At the river’s edge”). Anche le matrici sonore sono leggermente differenti: si sente una maggiore influenza di gruppi come Birds, Who, Clique, Betterdays e meno quella dei gruppi soul-mod come Small Faces e Spencer Davis Group. Questo è forse in parte accentuato dalla totale assenza dell’organo. L’e.p. presenta due originali e due covers. “Where did I go wrong?” ci introduce alle nuove sonorità r’n’b secche e scarne, mentre “Looking back” più veloce e cattiva ci presenta un buon assolo di chitarra.”The whole night trough” parte lenta per accelerare piano piano ed esplodere poi in svisate chitarristiche degne dei migliori Who. “Take her anytime” ci insegna il modo migliore per non perderla: portatela con voi ovunque!!! Grande il fraseggio tra un basso pulsante e una chitarra r’n’b così scarna eppure così essenziale.

Nel frattempo l’attività concertistica dei quattro si intensifica sempre più ed in poco tempo diventano uno dei gruppi di punta della scena r’n’b inglese nonchè beniamini di tutti i mods che vedono incarnati in loro tutti i valori dell’epopea mod dei sixties. Nel 1993 l’uscita del già citato e.p. “Early days” (sold out nel giro di poche settimane e ristampato varie volte con differenti colori in copertina) conferma l’importanza del gruppo nella scena londinese anche se all’interno del gruppo succede un vero e proprio terremoto. Accanto a J.P. Harper e P. Otto, unici membri originali, subentrano Trevor French alla voce, Matthew Braim alla batteria e Dom Strickland all’hammond. In tale modo il gruppo intende accentuare le proprie matrici sonore verso un suono r’n’b - mod caratterizzato dall’organo hammond un po’ come avveniva per Small Faces e Artwoods. Il primo risultato tangibile di questa nuova formazione si ha nel 1994 con la pubblicazione da parte della Detour di un 7” intitolato “Reggie” (forse dedicato a Reggie King cantante degli Action uno dei più favolosi gruppi mod degli anni sessanta?). Per quanto mi riguarda questo singolo rappresenta il capolavoro a tutt’oggi insuperato e forse insuperabile del gruppo.

Reggie

 Come al solito stupenda la copertina molto mod-freakbeat con i membri del gruppo vestiti in modo decisamente superlativo. Il contenuto è assolutamente sbalorditivo. La competenza mostrata nei precedenti lavori è unita ad una maturità compositiva stupefacente. I modelli stilistici che prima emergevano adesso sono stati metabolizzati e vissuti come propri. Mai un gruppo aveva saputo carpire i segreti dei gruppi mod ‘60 come i nostri dimostrano di fare. Nel lato a “Reggie” è pura genialità e fantasia, mentre nel lato b “She doesn’t need you anymore” è troppo bella per essere descritta. Le atmosfere si fanno se possibile ancora più soul con l’ausilio di una sezione fiati. Se potete comprare solo uno dei dischi del gruppo, prendete questo e a qualsiasi prezzo: sicuramente non ve ne pentirete. Tra l’altro il dischetto in oggetto è stato pubblicato anche in una bellissima versione picture.

Il 1994 è un anno focale per i Clique. Infatti a Luglio il gruppo partecipa, nella cittadina tedesca di Saarbrucken, al festival “Modstock - 30 years of mod” che vede la partecipazione delle migliori bands europee tra cui gli italiani Statuto (non perdete il disco dal vivo della manifestazione, sempre su Detour, con Clique, Statuto, Jaybirds, Aardvarks, ect.). Nello stesso periodo vede la luce anche lo split l.p. “Shout & scream” che vede la partecipazione di tre gruppi mod con quattro canzoni ciascuna: i Clique, gli Apemen (quelli tedeschi) e le Cherylinas. Apre il disco “The tortoise”: un’attacco in piena regola di chitarra, organo impazzito e la voce stridente di Trevor che si placa solo nel ritornello. “Anything you want” è una up-tempo con un andamento cadenzato dove l’organo hammond è sostituito da un grandissimo piano elettrico. “I can see waves” chiude i pezzi composti dal gruppo con un bell’assolo di organo e un testo stupendo. Il gruppo inoltre interpreta un pezzo dei tedeschi Apemen; anche in questo caso si vede la classe dei Clique che trasforma un bel pezzo power-pop in una brillante allucinazione psychedelica con la voce filtrata e un campionario di cori decisamente fuori dal comune. Ad agosto dello stesso anno il gruppo si scioglie; ricordo di aver conosciuto Trevor e John Paul alla St. John’s Tavern. Tutti e due si dimostrarono molto amichevoli, contrariamente a quanto si dice degli inglesi. Trevor: “Ciao, mi fa piacere conoscerti. Sono venuto in Italia due anni fa per fare qualche data. E’ stato stupendo, la gente è fantastica e il cibo ottimo”. Più serio John: “I Clique erano un buon gruppo. Ci siamo sciolti perchè fra i componenti della band non c’era un buon feeling. Comunque io e Trevor abbiamo intenzione di formare un nuovo gruppo che avrà lo stesso suono del singolo “Reggie”. Penso che questo singolo sia il nostro migliore, quello che rappresenti meglio le sonorità che amiamo: sono molto soddisfatto del suono, delle canzoni e naturalmente della copertina”.

Ciò che effettivamente succede dopo queste parole non è dato sapere. Fatto stà che l’estate successiva esce un nuovo 7” dei Clique intitolato “Bareback donkey riding” con una stupenda cover di “Security” di Otis Redding sul retro e il tanto atteso l.p. sempre su Detour con Trevor French alla voce, ma senza J.P. Harper alla chitarra. Al suo posto figura Bruce Brand, già batterista di Milkshakes e Headcoats e chitarrista di Kravin A’s e Masonics. Il disco, intitolato “Self preservation society”, è molto bello, anche se l’assenza di Mr. Harper si fa sentire. Eccome se si fa sentire. I pezzi sono tutti stupendi (buona parte è stata composta dalla formazione del periodo di “Reggie”), brutta anzi bruttissima la copertina (così come quella del singolo); il suono oscilla tra mod e r’n’b inglese, anche se, forse a causa della produzione di Liam Watson e della registrazione agli ormai famosi Toe Vintage Rag Studios, si sente una maggiore apertura alla musica garage-punk americana e una certa crudezza di fondo. Stupisce pertanto fino ad un certo punto la scelta di alcune delle cinque covers presenti , rubate al repertorio di tre gruppi garage-punk americani: “1-2-5” degli Haunted, “Why do I cry?”dei Remains e “I’ll make you mine” degli Shadows of Knight.

Nell’estate del 1995 (il periodo relativo all’uscita dell’l.p.) ho visto per ben due volte il gruppo dal vivo in due famosi locali londinesi. Mr. Trevor aveva abbandonato il gruppo prima ancora che il disco venisse pressato nel sacro vinile. Il suo posto veniva occupato da un noto d.j. mod-garage londinese, Alex Petty, e inoltre una dolce e graziosa biondina alle backing vocals arricchiva il tutto. La prima prova vinilica della rinnovata formazione è stato il 7” “Save me” nonchè la cover “Where have all the good times gone” del gruppo dei fratelli Davies pubblicata dall’attivissima etichetta spagnola Animal Records nell’album tributo “Animal Kink”. Buone prove e, anche se la voce di Petty non è quella di Trevor French, i Clique dimostrano di sopravvivere (e pubblicare grandi dischi mod) anche senza le persone che ne hanno più profondamente segnato la storia. Fa parte della discografia del gruppo anche la cover “Rackin’ my mind” degli Yardbirds (con ancora Trevor alla voce) pubblicata nella compilation autocelebrativa della scena r’n’b-mod-garage-power-punk “Takin’ a detour” dalla Detour records.

 

Gravedigger
My back pages!!!!!!!! (2 - The Knave)
by Grave Digger - Wednesday, 1 October 2008, 06:53 PM
 

27/07/95: Suonano gli Aardavarks al numero 100 di Oxford street: il locale è lo storico 100 Club che nei sixties aveva ospitato Yardbirds, Birds, Artwoods e decine di altri gruppi r’n’b e mod. A fare da spalla al gruppo, si legge nella locandina, c’è il magico hammond-horror dei Knave. Lì per lì penso alla solita band un po' banalotta che in questi casi capita di vedere. Ebbene niente di più sbagliato: alle 10,30 salgono sul palco 5 individui che sembrano usciti direttamente da Carnaby street (o King’s road fate voi) dell’anno 1966!!! Immediatamente riconosco J.P. Harper e T. French che l’anno precedente avevo conosciuto alla S.J.’s Tavern. Il concerto è strepitoso con un sound molto influenzato dagli Small Faces, dei quali tra l’altro suonano una tiratissima versione di “Rollin’ over”. A fine concerto una grande jam con alcuni componenti degli Aardvarks per suonare una stupefacente “Biff bang pow” dei Creation.

knave live

Dopo questa parentesi ho nuovamente sentito parlare del gruppo in occasione della pubblicazione della compilation “Takin’ a detour” dell’ormai famosa etichetta inglese Detour cui il gruppo partecipa con il brano “Water”.

Nel 1996 viene pubblicato (sempre su Detour ormai avviata sulla via del primato nell’ambito di uscite ‘60-mod) il primo singolo del gruppo con una copertina che la dice lunga sulle attitudini del gruppo. Il sette pollici è molto bello e cresce con gli ascolti: sul lato a il tichettio di una sveglia impazzita ci ammonisce di svegliarci: è tempo di ascoltare una fantastica “Bachelor” dominata dalla chitarra e dal solito organo hammond, mentre sul lato b “Candy” è una triste ballata che ci fa riflettere e sognare. Durante la mia permanenza a Londra quell’estate ho avuto modo più volte di incontrare (alle varie feste mod organizzate dalla attivissima fanzine “Untouchables”) i principali protagonisti del gruppo.

Ricordo ancora una conversazione con Trevor: “Trevor mi è piaciuto molto il concerto dell’altra sera al “100 Club”. Penso che il tuo gruppo sia davvero grande!” “Grazie dei complimenti. Fa piacere avere dei fans anche in Italia. Noi cerchiamo di ricreare il suono che ha reso grandi gruppi come Small Faces e Creation che sono i nostri gruppi preferiti. A breve termine uscirà un 7” su Detour e probabilmente anche un l.p. Abbiamo parecchio materiale da parte.” Il 7” è puntualmente uscito dopo l’estate. Speriamo che a breve esca anche il tanto atteso l.p.


Gravedigger
My back pages!!!!!!!! (3 - The Aardvarks)
by Grave Digger - Wednesday, 1 October 2008, 06:48 PM
 

Anche gli Aardvarks come i Clique prendono il nome in prestito da una misconosciuta band inglese (in questo caso psych-mod) dei ‘60. Il gruppo si forma a Londra alla fine degli anni ‘80. A guidarla ci sono due fratelli , Mark e Gary Pietronave, innamorati della musica freakbeat inglese tardo sixties. Nella primavera del 1991 vede la luce il loro primo 7” e.p. pubblicato dalla allora sconosciuta Screaming Apple (si tratta di uno dei primi parti vinilici della neonata mela che strilla). Il singolo raccolto in una stupenda copertina ci offre quattro perle prodotte dal re del trash Billy Childish (!!!!). Si parte con la soffusa “Arthur C. Clarke”, un omaggio a Blossom Toes e Tomorrow, si continua con la cattivissima “I’m on my way”, un pezzo quasi garage-punk, e con la bella “Office n. 1” . Chiude l’e.p. la bellissima cover di “Save my soul” dei Wimple Winch interpretata con grinta e precisione dai quattro.

Alla fine dello stesso anno la medesima etichetta dà alle stampe un nuovo 7” con due pezzi nuovi. “You’re my loving way” è pura musica popedelica aggiustata e corretta da aromi psycho-mod-beat e arricchita da pozioni r’n’b perdute nei ‘60. Sul retro “Hold on” classico underground firmato da B. Hayworth e portato al successo dai Fleur De Lys, viene interpretato con classe e arricchito da un liquido organo hammond e ci spalanca le porte della Swingin’ London. Luci multicolori e go-go girls ci appaiono in dolce visione e ci ricordano quanto povera sia la cultura musicale dei ‘90.

Dopo queste due uscite il gruppo intensifica la propria attività concertistica. Praticamente gli Aardvarks diventano, insieme ai Clique, gli idoli dei giovani mod londinesi. Rappresentano senz’altro il punto di congiunzione tra musica freakbeat-psych tipica di gruppi come Tomorrow, Blossom Toes, Open Mind, Smoke e gruppi più aperti a soluzioni mod-soul come Who, Small Faces e Creation.

Nel corso del 1992 il gruppo viene contattato dall’etichetta U.f.o. per la registrazione di un album. Però alcuni problemi fanno slittare l’uscita del tanto atteso l.p. solamente alla primavera del 1995 (!!!!). “Bargain” (è questo il titolo del primo e unico album a tutt’oggi) viene pubblicato dalla Delerium di Richard Allen. Ho conosciuto il simpaticissimo batterista del gruppo nell’estate dello stesso anno ad alcuni concerti del gruppo. Gli chiesi come mai il disco, segnalato in uscita già da più di un anno, era uscito solo allora. Mi rispose che l’etichetta che lo doveva stampare originariamente era fallita e che l’unica etichetta seria che aveva voluto pubblicare il loro disco era stata la Delerium. Il boss Richard però non era soddisfatto della registrazione. Infatti pensava che il gruppo potesse rendere di più su disco. Per tale ragione la band aveva dovuto ri-registrare tutto il disco!!! Ricordo ancora l’entusiasmo e la semplicità dimostrata da Ian. I concerti che vidi furono semplicemente stupendi: lontani dalle atmosfere psych dei primi singoli il gruppo esibiva un’attitudine selvaggia come dimostrato dalla scelta delle covers: “Run Run Run” (Who), “Stephanie knows who” (Love) e “Biff Bang Pow” (Creation).

Ma veniamo al disco: in apertura “Bargain day” ci introduce nel magico e irreale mondo tipico del gruppo. Vengono in mente i Pretty Things di “S.F. Sorrow” per l’alternarsi di momenti soffusi e momenti più aggressivi. Il pezzo si stempera nelle note del successivo “Cheyenne woman” dalle atmosfere acide e chiusa nelle avvolgenti spirali di suoni tanto care agli elevators. Il fluido organo di P. Newman (Clique, Knave) impreziosisce il tutto. Nel disco sono inoltre riprese dai singoli “Office n. 1” molto Who del secondo album (sentite i favolosi cori), “Arthur C. Clarke” e l’aggressiva “You’re my loving way”. “Girl on a bike” si apre con una chitarra acustica, prosegue con una chitarra elettrica wah-wah che accompagna tutto il pezzo (molto influenzato da Syd Barrett). Belli gli onnipresenti cori. La cattivissima “Fly my plane” si apre con una chitarra fuzz e l’organo hammond di Paul che sorregge il demoniaco giro di basso ci fa capire quanto gli Aardvarks amino gruppi come i Creation, ma anche come abbiano recepito alcune istanze moderniste. La prima facciata si chiude con un incredibile omaggio ai Kinks. “Mr. inertia” è una ballata dall’andamento jazzato con la voce di Gary filtrata e con una tromba che accompagna i nostri nel viaggio a ritroso nel tempo. Una nuova versione di “Arthur C. Clarke” apre la seconda facciata: molto più rifinita rispetto alla versione apparsa sul primo singolo appare come una perla di incredibile splendore. “When the morning comes” unita alla precedente è aperta da una chitarra wah-wah e da una voce quasi sussurata: rappresenta un momento di pura riflessione, una canzone intimista, quasi struggente. “50 hertz man” sull’asse Creation-Small Faces (quelli del grandissimo “Ogden’s nut gone flake”) dimostra ancora una volta l’abilità del gruppo nel riproporre atmosfere lisergiche ricche di inventiva e genialità. Proprio nel momento in cui la puntina stà scavando gli ultimi solchi troviamo il capolavoro del disco: “Merry go round” è un caleidoscopio di luci e colori. Provate ad immaginare di essere sdraiati su un prato (magari quello ritratto nel bucolico retro copertina): ebbene questa è la colonna sonora ideale per accompagnare la vostra mente in un fantastico viaggio. “Time to fly” chiude il disco: ed è davvero tempo di volare con le dolci e soffuse note di questa bellissima canzone. Un velo di tristezza accompagna le bellissime armonie vocali di Gary; come in quei giorni di pioggia in cui non c’è niente che non vada ma dove il colore del cielo è troppo scuro per pensare che qualcosa vada bene!!! Un’altro capolavoro che contende a “Merry-go.round” la palma di miglior pezzo mai uscito dalla penna di Gary Pietronave.

Tra le tappe più importanti della storia del gruppo è da segnalare la partecipazione nell’estate del 1994 a Modstock il festival che si tiene a Saarbrucken per celebrare (come dice il batterista Ian) 30 anni di vita del meraviglioso movimento mod. Al festival gli Aardvarks eseguono “Stephanie knows who” dei Love e anche la struggente “When the morning comes”. Partecipano inoltre alla compilation “Takin’ a Detour” con la grandissima “Threw her a line” con il recente nuovo bassista Kevin White in luogo del dimissionario Jason Hobart.


Gravedigger
OS AXIXINS
by Grave Digger - Monday, 30 June 2008, 10:59 AM
 
C'e' un disco di un nuovo gruppo che ascolto ininterrottamente da diversi giorni... il suo nome? OS AXIXINS!!!!

Gruppo brasiliano (???) che sembra uscito da un film sudamericano di serie b degli anni '60: facce truci con sguardo perso nel vuoto, capelli superincasinati e suono ... alla Music Machine del secondo disco. Incredibile!!!!! Il loro disco, a parte la cover di Dirty Old Man (strepitosa) e' composta interamente di originali (o almeno di pezzi a me sconosciuti). Suoni acidi e vibranti con l'organo in bella evidenza, fuzz demoniaco e cantato rigorosamente nella loro madrelingua (a parte 3 eccezioni). Dalle note di copertina ... "besides the thrift store outfits, they only play on old vintage equipments, wich they bravely drag their gigs". E si sente... il suono e' grandioso con un organo predominante, il basso ipnotico e la chitarra spesso fuzz.

Tutti i pezzi sono bellissimi: le mie preferite? "Onde meditar" (con un riff alla People in me), "E se as pedra Cairem" (grandissima la voce cavernicola), "Viagem ad cavernas" (incredibile anthem con un riff irresistibile), "Atras de Espanaconaves" (acidissima mi fa venire in mente gli Electric Prunes), "Voltei Demente" (durissimo garage-punk al la back from the grave).

Il disco, IMPERDIBILE, e' uscito in vinile, in edizione limitata oggi sold out, nel 2007 per l'etichetta portoghese "groovie records" con un poster psichedelico in allegato ed oggi e' stato ristampato in CD dall'etichetta "inka" con l'aggiunta di due pezzi inediti.
Insomma un disco da avere: sicuramente il migliore del 2007!!!! Se lo scorso anno gli argentini Los Peyotes mi avevano stupito con il loro bellissimo Cavernicola (e dal vivo a Valencia al Funtastic avevano confermato le loro grandissime qualità), be' questo disco va ancora oltre e conferma i brasiliani .... "campioni del mondo"......


Gravedigger
Bo Diddley dead!!!!!
by Grave Digger - Tuesday, 3 June 2008, 03:45 PM
 

Bo Diddley has died!!!!!!

At 79 years old the R&B singer, guitarist and composer died in Florida.

Bo Diddley IS R&B, his beat, his style influenced thousands of musicians and fans.

The singer had been ill for some time. He suffered from heart attack last august, three months after a stroke hit him while on tour in Iowa. The stroke inhibited his talking and he had been under therapy to recover.

We'll miss you Bo!!!!! Your songs will always be with us to guide our path!!!!!!!

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